domenica 20 marzo 2011

Tumlingtar - Makalu CB: primo giorno

Le forze della montagna sono grandi e vaste; il potere di cavalcare le nubi è proprio delle cime; 


e il potere di seguire il vento è un privilegio delle montagne.”


Da: The Mountains and Rivers Sutra
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Primo giorno: Tumlingtar (410 m) – Khandbari (1035 m)
Trasferimento in jeep

L'atterraggio è perfetto ... sul prato. La torre di controllo è deserta, circondata com'è da un recinto di filo spinato. Pannelli solari sul tetto. Non esistono piste, niente uffici, vuoto totale. La registrazione avviene presso una baracca della polizia in una atmosfera calda e pigra del primo pomeriggio. Un cartello bilingue, nepalese ed inglese rivolge “Un caldo benvenuto agli ospiti”. Tumlingtar è solo una stradicciola polverosa e tutta buche con ai lati alcune povere case con il tetto in lamiera a quattrocento metri di altitudine. Una fila di persone attende. Sono i portatori che ad ogni arrivo di un aereo si presentano con la speranza di essere ingaggiati. Sono di solito contadini che aspirano ad avere un posto nelle spedizioni di trekkers ed alpinisti. Per loro, con il guadagno che si ritrovano poi, sarà possibile mantenere la famiglia per almeno due mesi. La scelta spetta a Kipa, il nostro Sirdar, cioè il capo Sherpa che ha appunto tale delicato compito. Sulla destra c'è un piccolo locale dove è possibile acquistare bibite, biscotti ed altri generi. Il cortiletto interno ci serve per i preparativi. Dobbiamo essere pronti per la prima tappa fino a Khandbari. Vengono assegnati i carichi ai portatori. Pranzo con verdure varie, patate e fagiolini, carne pressata in fette. Piccole banane dolci di produzione locale. Abbondante the caldo, l'unica bevanda che accompagnerà il nostro arrancare per sentieri e tratturi sempre più su fino agli oltre seimila metri dello Sherpani-la e del West Col.

Si presenta la possibilità di prendere una jeep e di concentrare in questo modo le prime due tappe in un giorno solo. Ottima idea che ci vede tutti entusiasti! Il viaggio si rivela un'avventura. La strada, o meglio una pista appena tracciata che con le prime piogge monsoniche diventa impraticabile, ci regala scossoni e polvere rossa appiccicosa. L'automezzo non è provvisto di vetri sul retro e quello anteriore presenta una grande rosa scheggiata a lato del guidatore. Un paio di volte siamo costretti a scendere causa fango, lo stesso fango che poi ci blocca definitivamente prima del previsto, facendo naufragare ogni velleità di proseguire ulteriormente. Alcune centinaia di metri di strada a piedi e attraversiamo le prime case di Khandbari, un villaggio di ampie dimensioni sparso su una zona collinare a poco più di mille metri di quota. E' sabato, giorno di mercato e un via vai di persone attira la nostra attenzione. Il paese si snoda su un lungo crinale con ampi panorami su entrambi i lati: vi sono alberghetti e piccoli negozi; luce e telefono sono presenti ed anche una scuola con un piccolo piazzale antistante dove ci fermiamo e poniamo il campo. Una breve esplorazione mi permette di visitare l'interno della “scuola”: un lungo e basso edificio ad un piano, pavimento in terra battuta, panchine per gli alunni, niente banchi, niente cattedra ma una lavagna sul muro. Le finestre sono solo dei fori neppure grandi dai quali penetra una luce fioca. Oggi non c'è lezione perché il sabato è per tutti una giornata di vacanza. Scendendo di alcuni metri mi trovo fra campi terrazzati coltivati a cereali e una grande fontana che serve tutto il paese. Il pomeriggio inoltrato con la sua luce radente contribuisce a creare un paesaggio idilliaco e rasserenante. 
( da " Ho visto le montagne toccare il cielo" )
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Tumlingtar ... l'atterraggio è perfetto e morbido ... su prato!

Tumlingtar. Un cartello bilingue, nepalese e inglese, rivolge un "caldo benvenuto agli ospiti". Vediamo solo una stradicciola polverosa e tutta buche con ai lati alcune povere case dai tetti in lamiera a quattrocento metri di altitudine.

Siamo definitivamente bloccati dal fango delle piogge monsoniche sulla strada per Khandbari.

Khandbari (1035 m) è in una bella posizione, circondata com'è da campi terrazzati coltivati a cereali.

La voglia di comunicare di questi bambini si esprime soprattutto con giocosi sorrisi. L'accoglienza che ci riservano non conosce limiti di lingua, religione o cultura. Il nostro campo è proprio nel cortile della loro scuola!

Tumlingtar - Makalu CB: secondo giorno

Secondo giorno: Khandbari (1035 m) – Chichila (1970 m)
Dislivello: + 925 m - 160 m
Ore: 7.50

Prima notte in tenda niente male. Giornata tipo: sveglia alle sei con gli aiuto cuochi che ad ogni tenda ripetono il loro “Tea, Sir e attendono pazienti per passarci una tazza di caldo the. Poco dopo rieccoli con un piccolo catino di acqua calda per le abluzioni mattiniere, viso, mani ... una colazione abbondante, all'inglese per capirci, a base di cornflakes con latte o the o caffè, pane tostato con burro e marmellata, frittata di uova e chapati, una specie di piadina, un semplice impasto di acqua e farina d'orzo. A metà mattinata breve sosta con the rigorosamente caldo ... non è opportuno bere acqua dalle numerose fonti che pure si incontrano lungo il tragitto se si vogliono evitare fastidiosi problemi intestinali. L'acqua va sempre bollita prima di consumarla! Verso l'una o quantomeno al termine della tappa giornaliera il pasto principale; ancora the o caffè o cioccolata calda a metà pomeriggio e cena alle diciotto e trenta circa. A letto molto presto. Non male direi, almeno finché ci troviamo nella parte escursionistica iniziale con tanto di grande tenda cucina, tavolo e sedie. Poi, durante la parte centrale alpinistica, il discorso sarà diverso. Siamo decisamente viziati. Sono tutti pieni di premure con noi. Le guide Sherpa Kipa e Kami e Kul Rai, il cuoco Temba, l'aiuto cuoco e i due addetti alla cucina. Le guide masticano anche un po' di inglese, il che facilita la comunicazione. Il sentiero percorre il lungo crinale fra campi coltivati, supera il villaggio di Mani Bhanjyang (1100 m), dove termina la linea elettrica e si insinua quindi fra alti bambù. Esce nuovamente tra le coltivazioni fino al villaggio di Bhote Bash (1740 m) per poi salire a un passo a circa 1850 metri. Scende brevemente in una grande foresta di rododendri e con saliscendi vari arriva a Chichila (1970 m), piccolo insediamento umano di poche case e senza l'elettricità. Sono le 15 e 30; i portatori, carichi fino all'inverosimile, arrivano più tardi. E' compito degli Sherpa montare il campo: cinque tende da due posti per noi, la tenda toilette, la grande tenda cucina ... i portatori si arrangiano in qualche modo. Quando sono fortunati trovano una struttura in pietra o altri ricoveri di fortuna. Giornata tranquilla, bel sole e caldo. Si incontrano molte persone e il Namaste di saluto c'è sempre. In particolare i bambini sono sempre pronti, aspettano con insistenza il nostro saluto e poi sorridono. Certo dobbiamo sembrare molto curiosi e strani ai loro occhi e forse non hanno tutti i torti. Incontro molti bambini con la divisa della scuola, di diverse età, camicia azzurra, pantaloni o gonne di colore blu con il libro e quaderno in mano. Passiamo accanto ad una scuola con un grande cortile, fanno ricreazione. È pomeriggio. Mi avvicino per fare delle foto. Per loro un richiamo irresistibile. Lasciano i loro giochi e si mettono tutti in fila. È domenica. Ma come! Mi soccorre Kul Rai che mi ricorda come per loro la domenica è a tutti gli effetti giornata lavorativa e quindi ... s c u o l a !
( da "Ho visto le montagne toccare il cielo" )

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Mani Bhanjyang (1100 m) è adagiato su un lungo crinale, fra campi coltivati

Giocano a carom, una specie di biliardo dove si usano delle pedine al posto delle biglie. Un passatempo molto in voga da queste parti dalle molte varianti.

Un'abitazione del posto nei pressi di Bhote Bash

A Bhote Bash (1740 m) la sosta per il pasto di mezzogiorno. Giornata tranquilla, bel sole e caldo.

Chichila (1970 m), solo poche case senza elettricità al limitare di un fitta foresta di rododendri.

Tumlingtar - Makalu CB: terzo giorno

Terzo giorno: Chichila (1970 m) – Num (1560 m)
Dislivello: + 385 m - 695 m
Ore: 7.40

Durante la notte si sente brontolare lontano, il cielo scuro per le nubi è squarciato da lampi di luce che ci permettono di cogliere veloci flash di lontane cime innevate, il Makalu ed il Chamlang. A tratti piove anche, ma nulla di speciale. Il nuovo giorno ci dona un cielo azzurro e sgombro da nubi. L'ambiente è abbastanza simile: estesi boschi di rododendro. Rarissimi gli insediamenti umani, eppure siamo ancora a quote relativamente basse. Le poche case che si incontrano hanno un aspetto alquanto povero, capanne direi, fatte con assi di legno e con tetti in lamiera. Le persone condividono con gli animali domestici lo stesso tetto e i bambini indossano vestiti spesso scoloriti e rattoppati. Sono anche meno curati e poco puliti ... ma sempre bellissimi però e il loro namaste è carico di sorrisi. Attendono un regalino, a volte te lo chiedono. Una penna che subito si affrettano a provare sulle loro piccole mani per vedere se funziona, o una caramella ... penso siano abituati a questi comportamenti indotti dalle rare carovane di occidentali che transitano in queste zone. Le statistiche ci parlano di neppure un centinaio di “turisti” all'anno a fronte di alcune migliaia nella valle del Khumbu diretti al Campo Base dell'Everest ... tanto per avere un'idea. Pure nessuno, dico nessuno di loro ha mai chiesto soldi, l'elemosina, questo no! Per loro salutare e sperare in un piccolo regalo è un bel gioco da provare con tutti per vedere se funziona.
Il punto più alto oggi coincide con il villaggio di Mure a circa 2000 metri di altitudine. Il sentiero abbandona il crinale per scendere fino ai 1560 metri di Num, sparso su di un ampio pianoro che guarda sul fiume Arun, con le sue acque tumultuose e spumeggianti novecento metri più sotto. Ora la foresta ha ceduto il posto a campi coltivati e a piante di banano. Il villaggio ha una sua regolare struttura con una piazza centrale e alcuni edifici tutto attorno: la scuola, piccoli negozi e punti di ristoro. Il campo viene posto proprio accanto ad uno di questi. Nei pressi vi è anche una fontana dove è possibile lavarsi e fare il bucato aspettando il proprio turno in fila con le donne del paese.
Fa buio presto ... già prima delle sei. Dopo cena, prima di entrare in tenda, faccio un giro per il villaggio ... non c'è la luce elettrica naturalmente ... il buio è totale ... non aiuta neppure il chiarore della luna completamente nascosta da nere nubi ... si alza anche una fitta nebbia dalle profondità dell' Arun che avvolge ogni cosa ... a tratti balugina una fievole luce ... una pila? ... una lampada a kerosene? ... spengo per un attimo la frontale ... voglio immergermi totalmente e diventare parte del luogo ... voci ovattate e lontane mi giungono all'orecchio dalle buie case ... così, senza riferimento alcuno, barcollo nella nebbia quasi sospeso tra cielo e terra. Una strana ed incomprensibile sensazione mi coglie ... di tristezza e desolazione infinite ... Non è per nulla piacevole ... in fretta riaccendo la frontale e ritorno in tenda dove percepisco pur sempre un odore di cose conosciute e a me vicine ...
... Notte fonda. Una pioggia a tratti violenta mi sveglia. Apprensione per la tenuta del nostro esile riparo. Faccio luce. Prendo la macchina fotografica, il denaro, l'orologio e i documenti e li metto in un sacchetto. Il tutto finisce dentro al sacco piuma ... la tenda ... tiene. Alle quattro e trenta esco e mi si presenta un cielo incredibilmente stellato! ... i due carri dell'Orsa brillano in tutto il loro splendore nell'aria tersa e cristallina.
( da "Ho visto le montagne toccare il cielo" )

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Il legname è il materiale locale da costruzione di più facile reperimento

Nei rari villaggi incontrati grande è la curiosità e l'interesse nei nostri confronti

Passato e presente convivono in questa immagine. La radiolina tascabile a tutto volume ... e i piccoli asini da soma, unico mezzo di trasporto locale.

Il villaggio di Num ci appare sparso su di un largo pianoro. La foresta ha ceduto il posto a campi coltivati e a piante di banano.

Num. Quota 1560 metri. Il campo viene posto accanto ad uno dei punti di ristoro del villaggio. Non manca una piazza centrale con alcuni edifici tutto attorno: la scuola, piccoli negozi ...





Tumlingtar - Makalu CB: quarto giorno

Quarto giorno: Num (1560 m) – Sheduwa (1540 m)
Dislivello: + 855 m - 765 m
Ore: 6.45

Il cielo stellato è sparito con le prime luci dell'alba per lasciare il posto ad una cappa di piombo del color della pece. Partenza. La discesa, ripidissima, si insinua con un tortuoso sentiero fra piccole terrazze coltivate. L'aria trasuda umidità. Scendiamo, quasi a precipizio, fra alte piante in una lussureggiante giungla. Le pietre che lastricano a tratti la via sono estremamente scivolose e ci costringono a fare attenzione su dove appoggiare i piedi. Qualche scivolone con conseguente atterraggio ... morbido è inevitabile! Al termine della interminabile discesa ci aspetta un ponte sospeso e dondolante sull'Arun, gonfio e tumultuoso per le piogge recenti ed abbondanti. Quest'anno la stagione monsonica non sembra ancora finita, pur essendo abbondantemente nel mese di ottobre. L'attraversamento del fiume è un atto sacro: i corsi d'acqua sono considerati divinità femminili, benevoli e dolci. Tutta la zona dell'Arun Khosi è considerata sacra come sacre sono le cime dove dimorano gli dei e sacra è l'aria che si respira. Un profondo misticismo accompagna la vita di tutti gli esseri viventi facendoli nascere, vivere e morire in perfetta armonia. Una sosta dopo l'attraversamento sul ponte. Controllo delle caviglie. Siamo entrati in una zona notoriamente infestata da sanguisughe che qui hanno il loro habitat naturale ... scopro una macchia rossa sul calzino ... questa volta c'è ... tolgo la scarpa ... tolgo il calzino ... ma della sanguisuga nessuna traccia ... satolla se ne è già andata e mi ha lasciato un grosso punto rosso ...

La risalita dell'altro lato della valle presenta la stessa ripidità però il versante è in pieno sole. Dominano le colture, i banani ed altri alberi da frutto. Caldo ed umidità elevatissimi! Non ho mai sudato così tanto in vita mia al punto tale da farmi apprezzare, come un dono elargitomi da qualche divinità del luogo, una preziosissima sorgente alle cui acque affido la mia testa bollente! Gli appezzamenti coltivati sono punteggiati da qualche casa ed è proprio in una di queste dove ci fermiamo. Acquisto per l'occasione degli strani frutti per una rupia l'uno. Assomigliano ai nostri limoni, ma più rotondeggianti. Si sbucciano come una mela e presentano una polpa bianca con piccoli semi disposti a raggiera. Si mangia tutto. Il sapore è acidulo. Un gusto per me del tutto nuovo ... Il nome mi sfugge.
Siamo arrivati a Sheduwa, insediamento umano sparso su minuscole terrazze coltivate a granturco e orzo a 1540 metri d' altitudine e poniamo il campo, come al solito, in un'area già prevista per il campeggio dalle autorità del parco nazionale, su di un ampio prato che comprende, oltre all'ufficio del parco, anche la scuola. Dalla suddetta area ho modo di ammirare il panorama che si estende oltre il ripido fianco della valle e l'occhio si spinge fino a Num, chiaramente visibile sul lontano pianoro di fronte.
Stanco, seduto nella “grande” tenda, osservo affascinato brandelli di nebbia salire dalle profondità dell' Arun Khosi
( da "Ho visto le montagne toccare il cielo" )

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Scendiamo, quasi a precipizio, fra alte piante in una lussureggiante giungla. Le pietre che lastricano a tratti la via sono scivolose e qualche scivolone è inevitabile.

Un gigante della foresta

Al termine della interminabile discesa ci aspetta un ponte sospeso e dondolante sull'Arun Khosi. L'attraversamento del fiume è un atto sacro. I corsi d'acqua sono considerati divinità femminili, benevoli e dolci.

La risalita dell'altro lato della valle presenta la stessa ripidità però il versante è in pieno sole. Dominano le colture, i banani ed altri alberi da frutto.

Siamo arrivati a Sheduwa, insediamento umano sparso su minuscole terrazze coltivate a granturco e orzo a 1540 metri d'altitudine.
 

Tumlingtar - Makalu CB: quinto giorno

Quinto giorno: Sheduwa (1540 m) – Tashigaon (2140 m)
Dislivello: + 670 m - 130 m
Ore: 4

Abbiamo con noi 28 portatori, 3 guide – Kipa, Kami e Kul Rai – un cuoco, un vice cuoco e due “kitchen boys”. Così vengono chiamati gli addetti tuttofare alla cucina. A loro spetta il compito di provvedere l'acqua per cucinare, servire a tavola, lavare piatti e pentole nonché portarci il primo the del mattino alle sei in punto quando siamo ancora nelle tende, come il the di metà mattinata e quello del pomeriggio. Trentacinque persone che accudiscono dieci “occidentali” nella loro diuturna fatica per tre settimane. Dimenticavo. Tre dei portatori sono donne!
La partenza questa volta avviene sotto una pioggia battente. Un ombrello, in questi casi, si rivela come lo strumento più utile per ripararsi, trattandosi di tranquilli sentieri. La parte iniziale ci vede impegnati su di un crinale che sale dolcemente fra micro appezzamenti rubati alla foresta coltivati a riso. Giornata davvero terribile e memorabile per le sanguisughe. Abbondano. Impossibile fermarsi per una sosta. Saranno quattro ore di continuo camminare con gli occhi sempre puntati sugli scarponi, controllandoci a vicenda, togliendoci di dosso quelle che riusciamo a vedere. Ma è una battaglia persa in partenza. Tutti dobbiamo pagare il nostro piccolo tributo di sangue a questo poco simpatico animaletto. Maddalena forse più di tutti. Si muovono rapidissime sui nostri corpi alla ricerca del punto debole fra gli abiti per attaccarsi con la ventosa boccale alla pelle. E succhiare. Riescono a passare attraverso i calzettoni e in tale modo si apprestano al banchetto. Io me la cavo, si fa per dire, con il piede destro che sembra un campo di battaglia. A Tashigaon mi tolgo le scarpe, il calzino presenta una serie di grandi macchie rosse per il sangue fuoriuscito.
Tashigaon è l'ultimo villaggio abitato permanentemente della valle del Barun. Si trova ad un'altezza di 2140 metri. Vi abita una comunità di sherpa, “uomini venuti dall'est”. Sono di origine tibetana e si sono stanziati qui circa cinque secoli fa.
Il lodge si trova nella parte alta del villaggio e mi appare come un hotel a cinque stelle extra lusso. Si compone di un piano terra con relativo porticato ed un primo piano con un ampio ballatoio interamente in legno. É anche una stazione di ricerca del Department of Hydrology o Dicastero delle Acque. Inoltre la stazione radio funge da posto di chiamata per il soccorso con l'elicottero. É piacevole stare seduti su di una panchina sul terrazzo al coperto il pomeriggio, con le spalle appoggiate al muro e scrivere queste note. Fuori continua il diluvio, a tratti uno squarcio fra le nubi permette di vedere come di tra un velo, l'Arun Khosi, laggiù, lontanissimo oramai. 
( da " Ho visto le montagne toccare il cielo" ) 

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Alessandra sommersa dalla curiosità dei bambini: meraviglia e stupore sui loro visi. Non si sono mai visti in fotografia!

Chorten, "muri mani" e bandierine di preghiera. Richiamano alla mente i capitelli all'incrocio dei sentieri nelle nostre vallate alpine. Sono simboli di profonda religiosità.

Il terreno è estremamente scivoloso per l'abbondante pioggia. La lussureggiante foresta ed una nebbiolina insistente rendono l'aria satura di umidità.

Tashigaon. Piove. E' piacevole trascorrere il tempo fissando le proprie impressioni seduti nel grande ballatoio.

Tashigaon è l'ultimo insediamento Sherpa permanentemente abitato nella valle del Barun. Si trova ad un'altezza di 2140 metri.



Tumlingtar - Makalu CB: sesto giorno

Sesto giorno: Tashigaon (2140 m) – Khongma (3500 m)
Dislivello: + 1435 m - 75 m
Ore: 5

Alla partenza non piove. Un po' di fortuna non guasta. Il cielo è ingombro di nubi e l'umidità è assai elevata. Gianni non sta bene. La cosiddetta “diarrea del viaggiatore”, per fortuna sembra in forma leggera. La tappa odierna è faticosa e si svolge prevalentemente su crinali a volte molto ripidi. Le sanguisughe continuano a tormentarci. Ma per poco, a sentire Kipa, il quale ci informa che dobbiamo portare pazienza per due o tre ore soltanto, perché con la quota il fenomeno si esaurirà da solo. Ed è così. Il sentiero sale inesorabile per millequattrocento lunghissimi metri, senza un attimo di tregua, spesso su scivolosi scalini di pietra. La fatica non viene neppure alleviata dalla vista del panorama dato che nubi e nebbie ci accompagnano per l'intero tragitto.
Il posto tappa è a Khongma, leggermente scostato dal crinale su un modesto prato, a 3500 metri di quota. Accanto ad alcune piazzole per il campo traboccanti di fango si nota uno “sherpa-hotel”, modesta ma preziosa costruzione in pietra, dove è un vero piacere trovare un riparo e bere una o due tazze dell'immancabile the bollente. Ha ripreso a piovere. Il luogo diventa affollato perché oltre alla nostra presenza troviamo anche una spedizione austriaca, che di lì a qualche giorno ci causerà qualche problema. I portatori si riparano sotto una stretta tettoia o trovano rifugio in un buco adiacente all'edificio. Sorseggiando una calda zuppa ho il modo di soffermarmi sui particolari di questa tipica dimora sherpa.
Vi è un unico stanzone a forma rettangolare plurifunzionale. Una apertura funge da ingresso ed un'altra da finestra. Il pavimento è in terra battuta. Un angolo funge da dispensa e da zona dove la donna può svolgere le sue attività. Le uniche suppellettili sono addossate lungo le pareti e constano di una specie di tavolo e di alcuni ripiani di legno ricoperti da tappeti di lana con ricchi disegni colorati. È l'area dedicata al soggiorno e al riposo diurno e notturno. Alcuni armadi sono pieni zeppi di bibite. Predominano la birra e la coca-cola. In bella mostra vi sono anche biscotti e altri generi di approvvigionamento. Non mancano le sigarette. Si può tutto acquistare. Nei pressi della porta trova posto il focolare in una piccola buca di pietra. Non esiste canna fumaria o comignolo – un'altra analogia con le case dei Walser sulle nostre Alpi. Il fumo esce in parte dalle fessure del tetto. Tutta la stanza ha un colore grigiastro e l' odore stagnante del fumo è penetrante. All'inizio gli occhi lacrimano. Poi ci si fa l'abitudine. Sulla perpendicolare del focolare è appeso un graticcio di legno con carne cruda di yak stesa a strisce ad essiccare.
Cena alle cinque e trenta. Subito a letto ... ho bisogno di dormire … SPERO ...

( da "Ho visto le montagne toccare il cielo" )
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Tashigaon. Preparativi prima della partenza sotto la pioggia.

Il bambino mostra una bambolina che Gianni gli ha appena regalato. La mamma sfoggia i suoi gioielli. E' l'ultimo insediamento umano incontrato oltre i tremila. Fra poco lasceranno questa dimora stagionale e scenderanno a valle con il loro bestiame.

Muro mani con piccoli chorten. Pietre lasciate dai fedeli animate da formule sacre. Va aggirato rigorosamente sulla sinistra rispetto alla direzione di marcia.

Khongma. Il posto tappa è leggermente scostato dal crinale su di un ampio prato, a 3500 metri di quota. Un leggero filo di fumo esce da una modesta costruzione in pietra.

Khongma. Presso lo "Sherpa-hotel" è possibile trovare un riparo e bere una o due tazze dell'immancabile the bollente, vero toccasana per tutti i mali.

Tumlingtar - Makalu CB: settimo giorno

Settimo giorno: Khongma (3500 m) - Dobato Meadow (3600 m)
Dislivello: + 825 m - 590 m
Ore: 5

Il leggero e incessante ticchettio della pioggia mi ha tenuto compagnia per tutta la lunga notte... E piove ancora!
Kipa ci porta una cattiva notizia. Temba, il nostro bravo e premuroso cuoco, è scivolato facendosi male ad un ginocchio. Si spera non troppo ma al nostro ritorno a Kathmandu sapremo che il povero Temba dovrà trascorrere alcuni mesi all'ospedale per i postumi di quella caduta. Non potrà proseguire con noi. Si fermerà qualche giorno a Khongma e poi scenderà da solo con le sue forze!
La tappa di trasferimento di oggi viene fatta completamente sotto una pioggia battente. Peccato! È tutta su cresta e immagino quali panorami ci perderemo con vedute sul Chamlang, il Peak 6 (6739 m), il Peak 7 (6105 m) e il Makalu. Si superano il Tutu La e lo Shipton La, passi superiori ai quattromila metri. Lo Shipton La poi deve il suo nome ad Eric Shipton che con Edmund Hillary lo percorse nel lontano 1952 al ritorno dalla spedizione all'Everest. Dobato Meadow, un prato appunto fra alti alberi di rododendro, 3600 metri mi segna l'altimetro, ci accoglie nel primo pomeriggio. Anche qui c'è una baita adibita a ricovero e gestita da una famiglia che si occupa delle carovane di passaggio. Fino a che il tempo e la temperatura lo permetteranno. The bollente per tutti a riscaldare il corpo e soprattutto lo spirito, fradici e infreddoliti come siamo. Pernottiamo nelle nostre tende disposte nei pochi e ristretti spazi nelle immediate vicinanze della costruzione. Umidissime oramai dopo i giorni di pioggia.
Una vacca nera come la nera notte ha dormito a non più
di due metri dalla mia tenda.
( da "Ho visto le montagne toccare il cielo" )
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Dobato Meadow. I portatori, riuniti davanti alla baita, cercano un po' di riposo al termine della tappa odierna. Piove.

Dobato Meadow. Il campo a quota 3600 metri tra alte pareti di roccia e alberi di rododendro.

Dobato Meadow. Preparativi prima della partenza.







Tumlingtar - Makalu CB: ottavo giorno

Ottavo giorno: Dobato Meadow (3600 m) - Yangle Kharka (3600 m)
Dislivello: + 525 m - 630 m
Ore: 4.30

Il giorno ci porta ancora una volta un cielo completamente coperto, di un grigio uniforme. Ci verranno ancora impediti i panorami. Uno squarcio tra le nubi rivela un massiccio che incombe da molto lontano, tutto roccia e ghiaccio, altissimo sulle nostre teste. Il Chamlang? Chissà ...
Una discesa ripidissima di seicento metri, tra rododendri e abeti bianchi fittissimi, ci porta sulla riva orografica destra del Barun Khola, il fiume che nasce dall'omonimo ghiacciaio ai piedi del Makalu. A dire il vero, parlare di sentiero è assai improprio. In realtà scendiamo saltellando lungo il letto di un bizzoso torrente fra ampie pozze d'acqua, tronchi di alberi sradicati e resi marci dal tempo, facendo bene attenzione a dove mettere i piedi. Le pietre, ricoperte di muschio, sono viscide e fangose. L'equilibrio è davvero precario... Il mio ginocchio sinistro lo sento un po' debole, anche se non mi fa male alcuno. Una volta raggiunto il Barun che spumeggia e corre con un rombo assordante verso valle per gettarsi nel fiume Arun, tutti crediamo di trovare il ponte che permette di passare dall'altra parte. Non è così. Inizia una lunghissima traccia, fra sfasciumi di ogni dimensione, il risultato di continue e pericolose frane di terra e roccia provenienti dai ripidi fianchi della valle. Ci troviamo su un terreno morenico che le vorticose acque del Barun contribuiscono non poco a sconvolgere e travolgere. Meglio affrettare il passo e cercare di uscire al più presto. Tratti completamente scoperti, senza traccia alcuna di vegetazione, si alternano a improvvise e scoscese macchie di lussureggiante foresta, dove per la progressione è opportuno appigliarsi ai rami degli alberi. Continuiamo a risalire lentamente la interminabile valle sempre accompagnati dall'assordante frastuono delle sue acque tumultuose. Con l'innalzarsi della quota il paesaggio cambia e ci vede procedere per prati sempre più vasti con più ampi orizzonti ... Yangle Kharka arriva all'improvviso. Kharka significa alpeggio: è una vasta zona pianeggiante dove il fiume si disperde in vari rami rallentando la sua furiosa corsa. È terra di pascolo in piena estate. Tutto intorno, alte pareti granitiche di colore scuro delimitano l'intera area che verso nord si apre con una sottile striscia di gigantesche conifere. Davanti a noi si alza nel cielo, non più così plumbeo come di primo mattino, un esile filo di fumo azzurro che sale da una bassa e spartana costruzione in pietra. Dove c'è fumo c'è vita. Calore. Gente. Mi affretto a superare due ponti di tronchi gettati sulle gelide acque del Barun, mentre qualche portatore preferisce immergersi e passare a guado.
Il nostro cuoco provvede subito al pranzo e gli sherpa preparano il campo a pochi passi dalla baita sul limitare di maestosi alberi.
( da "Ho visto le montagne toccare il cielo" )
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http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=573200

Una discesa ripidissima di seicento metri, tra rododendri e abeti bianchi fittissimi, ci porta sulla riva orografica destra del Barun Khola, il fiume che nasce dall'omonimo ghiacciaio ai piedi del Makalu.

Scendiamo saltellando tra ampie pozze d'acqua, tronchi di alberi sradicati e resi marci dal tempo, facendo bene attenzione a dove mettere i piedi.

Una piccola radura nell'intrico indescrivibile di alberi ed arbusti ci permette di riprendere il fiato.

Il Barun Khola spumeggia e corre con un rombo assordante verso valle per gettarsi nel fiume Arun. Per noi inizia una lunghissima traccia, tra sfasciumi di ogni dimensione. Dobbiamo affrettare il passo ed uscirne al più presto. Grande è il pericolo di frane di terra e sassi.
Yangle Kharka arriva all'improvviso. Kharka significa alpeggio: è una vasta zona pianeggiante dove il fiume si disperde in vari rami rallentando la sua furiosa corsa.

Tumlingtar - Makalu CB: nono giorno

Nono giorno: Yangle Kharka (3600 m) – Shersong (4600 m)
Dislivello: + 1055 m - 40 m
Ore: 4.30

Ancora pioggia durante la notte. Sembra una costante in questa prima parte della nostra avventura verso il campo base del Makalu, il “Grande Nero”. Quando ci alziamo alla solita ora, dopo il consueto “Tea, Sir” degli aiuto cuoco pronunciato sommessamente all'ingresso di ogni tenda, il cielo non è poi così brutto e alcune cime innevate fanno timidamente mostra di sé. Oggi l'avvicinamento prevede il campo a Yak Kharka a quota 4400 metri dove è presente un altro ricovero gestito, utile per perfezionare l'acclimatazione. Nella realtà, saremo costretti a proseguire perché il luogo, davvero limitato per le spedizioni, è già impegnato dagli Austriaci. Il tempo si mette decisamente al buono e si può salire con spirito leggero. Risalendo il tranquillo sentiero immerso ancora nella foresta, superiamo alla nostra sinistra, al di là del fiume Barun, una piana erbosa, Nghe Kharka, con relativa baita di sassi, adibita a ricovero di fortuna e le coloratissime bandierine di preghiera che ne segnalano la presenza. Ora la valle si allarga. Cespugli di ginepro prendono il posto dei maestosi alberi e si intravedono le prime pareti granitiche di un colore scuro, vertiginose, alte alcune centinaia di metri.
Superata una cascata, a 4200 metri circa ... solo prati oramai ... troviamo una casa, Jhak Kharka: sembra una “reggia” a confronto. Il piano terra presenta la parte giorno; girando su di un lato, arrampicando su alcuni gradoni in pietra è possibile accedere ad una stanza sopraelevata con tanto di pavimento in legno e tavole su cui trascorrere la notte. Ultima ciliegina sulla torta, un pannello solare fa bella mostra di sé. Anche qui la presenza di una giovane Sherpani accoglie gli “audaci” con grandi thermos di the dietro un modesto, per noi occidentali, compenso di poche rupie. Sosta per tutti di un'ora, il tempo per consumare un leggero spuntino accoccolati qua e là, sdraiati sull'erba, seduti su massi o appoggiati su tronchi a bella posta ammassati e pronti per lavori di ristrutturazione della baita. Non oso pensare alla fatica di coloro che hanno portato fino a qui questi pesanti materiali sulle loro spalle!
Passati accanto al lodge a Yak Kharka sotto gli sguardi forse un po' divertiti degli Austriaci che vi hanno trovato ospitalità prima di noi, il sentiero continua a salire con lieve pendenza sempre per prati resi ormai giallastri dalla stagione avanzata. Alcuni yak pascolano su pendii scoscesi. Sono i primi che si fanno ammirare nella zona del Barun. Dopo aver superato un crinale ci troviamo in un'ampia zona alluvionale dove il fiume si allarga e si disperde in mille rivoli. In lontananza grandi vette bucano le nuvole, bianchissime e in piacevole contrasto con sprazzi di azzurrissimo cielo. Saliamo fra sabbia e pietrisco accumulato dalle acque che il Barun trasporta con sé. Un vasto altopiano ci viene incontro. Il terreno è asciutto, erboso ed è qui che poniamo il nostro campo. La zona è freddissima, inospitale ed è conosciuta con il nome di Shersong, la “piana d'oro”. A tratti un rombo di tuono ci fa intuire la caduta di qualche seracco, lassù tra le nuvole ...
Alcuni portatori dormono in un ricovero di fortuna fatto con pietre e assi di legno, altri in una grande tenda. Accanto trova posto una specie di recinto costruito con massi semplicemente appoggiati l'uno sull'altro. Credo sia un ricovero per gli yak. Con il buio che presto arriva a ghermirci, comincia a nevicare ... un nevischio sottilissimo ... lo senti frusciare sulla tenda che ricopre in breve tempo con un lieve strato di neve ghiacciata. Il silenzio e l'isolamento sono totali.
( da "Ho visto le montagne toccare il cielo" )
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La puja. Il rito propiziatorio consiste nel gettare in aria del riso;  vuole essere un auspicio di buon augurio per la nostra spedizione e, nel contempo, una barriera contro gli dei malvagi che popolano le vette.

Jhak Kharka. Ricovero di fortuna a 4200 metri di quota. Un'ottima occasione per un po' di ristoro ed una breve sosta.

Jhak Kharka. Una delle tre Sherpani che ci seguono con un carico di trenta chili sulle spalle da Tumlingtar fino al campo Base del Makalu si abbandona ad un breve sonno ristoratore. Le ho spesso ammirate mentre camminavano seminascoste dai loro grossi carichi al pari dei portatori maschi.

Saliamo fra sabbia e pietrisco accumulato dalle acque che il fiume Barun trasporta con sè

Il campo a Shersong, un'arida piana stepposa a 4600 metri. Comincia a nevicare ... un nevischio sottilissimo ... lo senti frusciare sulla tenda ...